Alla Settimana della Moda di Milano Spring Summer 27, il 24 settembre, Lorenzo Serafini non ha cercato di sfuggire alla realtà per Alberta Ferretti. L'ha rallentata fino a renderla seducente. Questo è il ritmo dell'intera sfilata. Le modelle non camminano tanto quanto fluttuano, gli abiti aleggiano a mezzo passo dal corpo, fili metallici catturano la luce, le piume tremano a ogni respiro. Lo styling rende il vestirsi e lo svestirsi un unico atto: kimono che si aprono sulla lingerie, strati da boudoir, pantaloni a palloncino ariosi, fluidi accumuli di tessuto che suggeriscono qualcuno senza fretta di andare da nessuna parte. Serafini l'ha definita una fuga, ma non un biglietto per un'altra destinazione. È la scelta di rendere il qui e ora più seducente. Il colore ha svolto un ruolo fondamentale, in un modo che Serafini non aveva mai osato prima. L'inaugurazione da la sensazione di una piena estate che si rifiuta di finire: blu saturi e turchesi intensi, ruggine bruciata e senape così ricchi da poter quasi sentire il calore, poi delicate interruzioni di lilla, pistacchio, rosa cipria, come una bevanda fresca dopo. Su questo, Serafini ha sovrapposto i suoi fantasmi degli anni '20: Léon Bakst e i Ballets Russes, l'eccesso decorativo di Callot Soeurs, Matisse da qualche parte nella foschia. Silhouette di kimono tagliate con una sinuosa fluidità sono interrotte da illustrazioni astratte, motivi floreali che si dissolvono su un mutevole tessuto giapponese il cui sottile filamento metallico gli conferisce una lucentezza liquida, quasi umida. Quel tessuto riassume il trucco della collezione. Ha un aspetto allo stesso tempo d'archivio e vagamente fantascientifico. Ciò che sembra seta duchesse rivelava una mano volutamente vissuta e sgualcita; ciò che si scambiava per piume si rivelava essere minuscoli tubi metallici progettati per catturare l'aria e amplificare il movimento. Serafini ha fatto sì che i nuovi tessuti si comportassero come ricordi, come se questi pezzi fossero stati estratti da un guardaroba decadente degli anni '20 e ricostruiti con meccanismi completamente contemporanei. C'è molta pelle, dentellatura e piume, ma non si è mai arrivati a un costume da boudoir. È rimasto dalla parte giusta del suo confine preferito: seducente, non apertamente sexy. E poi c'era l'assenza di peso. Gli strati sono realizzati per pesare quasi nulla, appena 20 grammi sul corpo, così tutto fluttua, svolazza, trema. Ecco perché anche gli abiti più stravaganti sembrano leggeri: una sorta di opulenza al rallentatore in cui il vocabolario della decadenza degli anni '20, tutto languore, esotismo ed eccesso piumato, è dotato di un sistema nervoso tecnologico. La fantasia è vintage, l'ingegneria no. Qui evadere non significa svanire nel passato. Significa far sì che il presente sembri, per qualche minuto, meno solido.
Un Bacio Fatato
Vi aspetto al mio prossimo piccolo incantesimo
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